La difficoltà nell’affrontare un’educazione bilingue bimodale consiste proprio nel trasferire quanto si osserva in contesti naturali in campo didattico. Secondo il principio “una persona, una lingua” (Taeschner, 1985), infatti, gli insegnanti non solo devono comunicare soltanto attraverso la lingua straniera, ma anche “far finta” di non capire nessuna altra lingua. In altri termini il metodo utilizzato dovrà stimolare il bambino ad usare concretamente la lingua in base ad una necessità comunicativa determinata da precise condizioni contestuali. I contenuti che verranno proposti dovranno essere adatti al suo livello di sviluppo psichico e linguistico, legati alle sue esperienze di vita e perciò comprensibili e divertenti. Apprendere un’altra lingua può essere semplicemente un gioco come tanti altri, a patto che il metodo scelto per l’insegnamento sia adatto alle capacità del bambino. Il gioco simbolico è una delle attività più importanti nella formazione del pensiero e nello sviluppo del linguaggio, rappresenta proprio la possibilità di vivere questo tipo di esperienza. Attraverso il gioco del “far finta.” i bambini simulano una situazione immaginaria che, una volta ideata, crea una realtà da sperimentare, in cui essi agiscono ed interagiscono fra loro. Proprio perché parte dal loro vissuto e dal loro sistema di conoscenze, il gioco della simulazione diventa allora uno strumento ideale per fornire ai bambini un contesto adeguato per l’azione e l’interazione in una lingua straniera.”

Il bambino sordo neo-arrivato deve, prima tutto, acquisire la lingua della comunicazione. L’apprendimento della lingua dei segni e della lingua italiana sono una delle migliori per assolvere i suoi bisogni primari rappresentano quindi le prime difficoltà da affrontare. Quando poi questo scoglio viene superato, l’insegnante che ha in classe il bambino sordo si trova spesso davanti ad un iceberg difficile da sciogliere: frequentemente infatti il bambino sordo evidenzia dei problemi nello studio linguistico. L’insegnante deve stimolare e curare la motivazione di apprendere con volontà da parte dei bambini perché devono padroneggiare la lingua della comunicazione che è una delle radici negli ambiti disciplinari. La linguistica e il culturale sono due fattori di natura degli studenti che devono distinguere le loro capacità di competenze cognitive analoghe. La lingua di comunicazione non è impegnativa cognitivamente e ben contestualizzata come la lingua di studio che è impegnativa e formulato oralmente il testo, cioè che in termini linguistici viene definito “grado di leggibilità” di un testo. Si tratta di una scelta che riguarda il lessico utilizzato, la sintassi, l’organizzazione delle frasi ecc. che possa riconoscere il livello di competenza linguistica. Ricordiamo che è già difficile per unmadrelingua raggiungere un buon livello linguistico pari a quello di uno studente italiano che acquisisce la lingua italiana.

In generale è importante distinguere tra l’acquisizione che genera comprensione e produzione linguistica in modo naturale, e l’apprendimento, che richiede un processo volontario, razionale e basato sulla memoria a medio termine. L’apprendimento contemporaneo di una seconda lingua (L2) non crea “confusione” se porta ad acquisire la madrelingua (L1) in modo più consapevole e creativo. La lingua dei segni è una lingua visiva per un bambino sordo che impara più facilmente a confronto della lingua orale che possa apprendere dalla famiglia udente. Perché la lingua dei segni ha la compatibilità completa fra la struttura della lingua e delle risorse neuro cognitive del bambino sordo come dimostra l’apparizione naturale mostrata dalle ricerche scientifiche. Invece nell’acquisizione della lingua orale da parte del bambino sordo vi è un maggior sforzo d’attenzione.

E’̀ importante distinguere tra il bilinguismo delle lingue orali e il bilinguismo della lingua dei segni e della lingua orale perché la neurolinguistica, cioè la disciplina che studia i processi in atto nel nostro cervello, ha definito con molta precisione il fatto che i due emisferi celebrali (collocati a sinistra e a destra del cranio) lavorano in maniera specializzata, mentre la psicologia ha individuato la natura della specializzazione: si affidano all’emisfero sinistro i compiti di natura analitica, sequenziale, logica, all’emisfero destro quelli di natura globalistica e simultanea. Alla base della glottodidattica moderna troviamo due concetti sui quali la confusione non è poca quando si tratta di lingua straniera: acquisizione e apprendimento. I due processi sono diversi tra di loro e portano diverse conseguenze sullo studente in quanto veicolati da emisferi celebrali diversi:

  • l’acquisizione è quel processo inconscio per il quale l’emisfero destro del cervello e l’emisfero sinistro in un lavoro cooperativo fissano i concetti nella memoria a lungo termine dello studente;
  • l’apprendimento è un processo conscio, governato dall’emisfero sinistro, al contrario dell’acquisizione che è basata sulla memoria a breve termine.

Per queste ragioni, l’emisfero sinistro viene spesso etichettato come emisfero “del linguaggio”; quello destro è l’emisfero “spaziale”. Sebbene tale dicotomia sia semplicistica, coglie comunque le principali differenze cliniche fra individui con lesioni che interessano rispettivamente l’emisfero sinistro e il destro. La posizione delle aree di Wernicke e di Broca sembra avere una logica: la prima, interessata alla comprensione, è situata nei pressi della corteccia uditiva, ossia della regione del cervello che riceve segnali dall’orecchio. L’area di Broca, invece, interessata alla produzione del linguaggio parlato, è vicina a quella regione della corteccia motrice che controlla i muscoli della bocca e delle labbra. Ma l’organizzazione del cervello per l’elaborazione del linguaggio si basa davvero sulle funzioni dell’udito e della produzione vocale. Per rispondere occorre studiare un linguaggio che si avvalga di canali sensoriali e motori diversi. La lettura e la scrittura si servono della vista per la comprensione e dei movimenti delle mani per l’espressione; per molti, tuttavia, tali attività dipendono anche dai sistemi cerebrali implicati nella comprensione di un linguaggio vocale. Le lingue dei segni usate dai sordi, invece, rispondono perfettamente ai requisiti. Ricordiamo bene che la motivazione è al cuore dell’apprendimento delle lingue e dell’insegnamento e il fatto che l’apprendimento delle lingue visive può essere una finestra sul mondo per coloro che hanno esperienze di esclusione psicologica, sociale, geografica.

Insegnare la lingua dei segni ai bambini è importante perché è una lingua visivo-gestuale la cui struttura è iconica e dinamica.